I social media non sono la panacea di tutti i mali-francescacinus.com

I social media non sono la panacea di tutti i mali

Pubblicato il Pubblicato in Comunicazione partecipativa, Web e Social

Sono mancata, scomparsa;

mi sono eclissata, contraddetta… oppure no, sono solo stata “me stessa” con maggiore intensità.

Perché sì, potrei anche aver fatto quello che non consiglierei “mai” ai miei clienti; ma le regole, almeno per me, sono come “cornici”, margini dai quali uscire, situazioni da trasformare.

Così mi sono fermata, per ascoltare un mantra che sentivo arrivare dal profondo:

i social media non sono la panacea di tutti i mali.

Non potevo correre il rischio di scrivere anche io – l’archivio del blog parla da sé – l’ennesima serie di “articoli copia”, figli di un indottrinamento auto- gestito da una generazione di professionisti che vivono di “si deve” e “si fa’ “.

Non era da me rischiare di divenire una portatrice sterile di precetti poco profondi, longevi quanto il tempo di un nuovo algoritmo.

Così mi sono fermata, mi sono ascoltata; ho cercato di capire come condividere questo punto di vista.

La professionalità del Social Media Management porta con sé, ad oggi, un ruolo delicato, carico di responsabilità; molte persone ancora non ne comprendono la funzionalità, mentre altre scelgono di affidare completamente la crescita della propria attività a professionisti del settore.

Diviene così doveroso pensar bene alle promesse che coloro che si dicono “esperti”, fanno a un potenziale cliente; questo per almeno due motivi:

  • gli “esperti tout court” in questo settore non esistono; ci sono le competenze, che vanno continuamente aggiornate; mantenere alto lo standard del proprio aggiornamento è l’unica promessa che si potrà mai tentar di fare.
  • I social media non saranno mai “la casa di proprietà” del nostro cliente; sono al massimo “stanze in affitto” (dove anche solo il preavviso di sfratto sarebbe un lusso).

Un Social Media Manager deve coltivare un forte senso del dovere: riceve un compenso per la propria prestazione e, molto spesso, viene ascoltato attentamente dal proprio cliente, che gli crederà come si fa con un “life coach”.

Il cliente si affida, crede.

Noi abbiamo il dovere di andare oltre il manierismo dei secondi duemila; quello delle regole dei social che “ci si sta così”, “conviene fare questo”.

Dobbiamo offrire al cliente fedele qualcosa di più; compiere un doppio esercizio che vada oltre lo stile:

  • guardarci dentro, per comprendere a pieno il nostro ruolo;
  • dare un senso profondo alle “strategie” che chiediamo al cliente di sposare.

È necessario assumere che con il cliente si sta sempre dentro un processo condiviso e che non sia mai possibile “abbozzare” semplicemente dei progetti.

Se si accoglie la processualità come cifra del proprio lavoro; si smette di accettare che basti solo il famoso “aggiornamento continuo” e si sceglie di lavorare a più livelli.

Al cliente si può così offrire una maggiore “indipendenza da algolritmo”, perché la strategia, che con lui si disegna,  nasce da una profonda integrazione tra ciò che cambia assai velocemente e quel che resta certezza più a lungo; come i precetti di Sociologia, Economia, Psicologia o un approccio basato sulla User Experience.

Mi piacerebbe sapere cosa pensiate di questa mia visione; magari per cominciare a discuterne insieme;

condividere idee, pareri, letture.

 

 

 

 

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.